Candidato al Rettorato - Sapienza Universita di Roma - 2026
Antonio Carcaterra
Saperi
in Alleanza
Il manifesto
L’obiettivo di questo manifesto
L’obiettivo di questo manifesto è costruire una visione condivisa di quale debba essere l’Ateneo che vogliamo consegnare alla società nel prossimo futuro. Una domanda fondamentale spesso elusa per far posto all’urgenza e alla pressione esclusiva di ciò che è contingente. Rinunciare a questa domanda però impedisce di definire gli ideali sui quali poggiare le nostre convinzioni per il futuro, e di costruire su di essi strategie di lungo termine. Questo è invece ciò che dobbiamo alla società nella quale viviamo. E soprattutto a noi stessi, ricordando le ragioni profonde che ci hanno fatto scegliere di dedicare la nostra vita all’università. Dobbiamo quindi essere protagonisti del nostro tempo, capaci di contribuire a fornire risposte ai grandi quesiti della comunità mondiale: con i nostri strumenti, con il nostro metodo, con la nostra passione.
Le sfide cruciali del nostro tempo - dall'approvvigionamento energetico ai conflitti geopolitici, dai problemi della salute all'invecchiamento di parte della popolazione mondiale, dalle questioni etiche e di bioetica fino all'intelligenza artificiale e alle altre tecnologie emergenti - coinvolgono temi che richiedono il contributo di discipline molto diverse.
Sapienza possiede una ricchezza rara nel panorama universitario europeo: tradizioni scientifiche, umanistiche, mediche, tecnologiche e sociali di altissimo livello convivono nello stesso Ateneo. La sfida del prossimo mandato è trasformare questa pluralità di competenze in una forza generativa, capace di produrre nuova conoscenza, innovazione e impatto sulla società attraverso il dialogo tra discipline diverse.
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Joseph Wright of Derby, A Philosopher Lecturing on the Orrery, 1766
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L'obiettivo è costruire un'università autenticamente universalista: non una semplice somma di specializzazioni, ma una comunità scientifica capace di mettere in relazione saperi, metodi e linguaggi differenti. L'incontro realmente sinergico tra discipline umanistiche e scientifiche, tra ricerca fondamentale e innovazione tecnologica, può diventare il tratto distintivo di Sapienza, rafforzarne la percezione internazionale e farne un punto di riferimento per un nuovo umanesimo.
Questa centralità dell'azione multidisciplinare apre anche nuove possibilità di attrazione di risorse esterne. Nuovi spazi, nuovi laboratori, attrezzature competitive, fondi per la ricerca di frontiera, per la sicurezza delle persone e delle strutture e una dotazione minima per docente, come riconoscimento della dignità e dell’autonomia della ricerca, sono possibili solo se il sistema Sapienza aumenta la propria attrattività.
E’ quindi necessaria una strategia moltiplicativa delle risorse, accanto a una strategia distributiva più trasparente. Occorre riconoscere che tutte le criticità più importanti del nostro Ateneo, dalle scarse risorse per il personale, alla carenza di finanziamenti per la ricerca, alla sicurezza, hanno quale causa strutturale comune l’insufficienza di risorse. Moltiplicare le risorse è dunque l’azione più di ogni altra necessaria.
Questo cambiamento richiede competenza e fantasia, ma anche un cambiamento nella gestione dell'Ateneo: una governance più aperta, trasparente e partecipata, capace di recuperare entusiasmo, valorizzare le competenze diffuse e rafforzare il senso di appartenenza a un progetto comune. La partecipazione non è un elemento accessorio: è una condizione necessaria per migliorare la qualità delle decisioni.
In questo quadro si colloca l'Agorà della polis accademica: uno spazio stabile di confronto, elaborazione e proposta attraverso cui la comunità universitaria contribuisce alla definizione delle priorità strategiche dell'Ateneo, integrandosi con gli organi statutari senza sovrapporsi. Il suo compito è rendere ordinario il dialogo tra governo centrale, Facoltà, Dipartimenti, Corsi di Studio, Corsi di Dottorato, personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, studenti e giovani ricercatori, trasformando il confronto in una risorsa permanente per la qualità delle decisioni.
Sapienza deve continuare a essere una grande università pubblica, internazionale e multidisciplinare, impegnata nella difesa dell'autonomia universitaria, della libertà della ricerca, della funzione civile della conoscenza e della laicità: non soltanto un luogo di formazione e produzione scientifica, ma anche uno spazio di elaborazione culturale, confronto critico e proposta per la società contemporanea.
La programmazione delle risorse dovrà combinare equità e trasparenza con la capacità di generare nuove opportunità: alleanza tra saperi, più ricerca competitiva, più alleanze nazionali e internazionali, più alta formazione, più terza missione, più innovazione digitale e maggiore sostegno a giovani, infrastrutture e servizi. Equità non significa uniformità. Significa riconoscere le differenze e valorizzarle. Le diverse aree disciplinari richiedono criteri chiari, condivisi e coerenti con le specifiche esigenze di spazi, infrastrutture, tecnologie, personale e costi della ricerca affinché possano esprimere pienamente il proprio potenziale.
Sintesi
il manifesto
Visione: Saperi in Alleanza e nuovo Umanesimo
La Sapienza che vogliamo costruire deve anzitutto rispondere a una domanda di identità frequentemente elusa e che deve riprendere la propria centralità e priorità: chi vogliamo essere e quale Ateneo vogliamo consegnare al futuro. Non basta formulare progetti di amministrazione tecnica dell’Ateneo, algoritmi e regolamenti. Bisogna in primis definire un progetto, identificare traiettorie, dare entusiastico spazio e fantasia alle nostre proposte: avere una visione di come e con quali ambizioni il nostro Ateneo si colloca nel complesso panorama del nostro tempo.
Le istituzioni internazionali leggono ormai le grandi trasformazioni come sistemi complessi ed interconnessi. L'Agenda 2030 delle Nazioni Unite non è un catalogo di temi separati: i suoi 17 Obiettivi e 169 target sono concepiti come integrati e indivisibili. Lo stesso metodo ispira il Patto per il Futuro dell'ONU, che collega sviluppo sostenibile, pace e sicurezza, scienza, tecnologia, giovani e governance globale. In questa prospettiva, energia, salute, alimentazione, clima, intelligenza artificiale, conflitti, demografia e diritti non sono capitoli indipendenti, ma nodi di un'unica trama.
Alcuni numeri danno la misura della sfida: nel 2024 circa 673 milioni di persone hanno sperimentato la fame e 2,3 miliardi condizioni di insicurezza alimentare moderata o severa; lo stesso anno è stato il più caldo mai osservato; a fine 2024 le persone costrette alla fuga erano 123,2 milioni; entro il 2030 una persona su sei avrà almeno 60 anni; gli investimenti energetici mobilitano ormai migliaia di miliardi; l'intelligenza artificiale si diffonde in imprese, università e servizi a una velocità che rende inseparabili innovazione, governance, etica e formazione.
Questi dati non servono a trasformare il manifesto in un rapporto tecnico, ma a chiarire perché Sapienza può proporsi come Ateneo delle sintesi: un luogo in cui discipline di eccellenza fortemente specializzate costruiscono insieme risposte a sfide che, per natura, sono transdisciplinari. La formula Saperi in Alleanza colloca Sapienza nella stessa prospettiva in cui le principali istituzioni globali e molti atenei di riferimento stanno ripensando ricerca, formazione e impatto pubblico.
La struttura di Sapienza è molto articolata e ricca di preziose e variegate competenze. Queste caratteristiche permettono di formulare proposte affascinanti per il suo futuro. Ciò che può apparire come una complessità organizzativa, è in realtà una risorsa e un punto di forza. Le sfide cruciali del nostro tempo– dall'approvvigionamento energetico ai conflitti geopolitici, dai problemi della salute all’invecchiamento di parte della popolazione mondiale, dalle questioni etiche e di bioetica fino all'intelligenza artificiale e alle altre tecnologie emergenti – coinvolgono temi che richiedono il contributo di discipline molto diverse. La capacità di dominare settori complessi e concorrenti è una delle risorse che Sapienza può offrire come contributo alla collettività e al sistema Paese, a patto di organizzare in modo sistematico la connessione tra questi settori. Difficilmente altri consessi, privi di questa grande varietà di competenze, possono raggiungere sintesi così importanti. La nostra idea è che La Sapienza debba essere valorizzata proprio da questo punto di vista: diventare un centro di attrazione a livello internazionale per la sua capacità di produrre sintesi multidisciplinari. Questo non solo apre opportunità culturali e di ricerca, ma anche la capacità di attrarre fondi, un aspetto oggi straordinariamente importante per la ricerca. Per reclutare nuovi giovani e dare spazi alle legittime ambizioni di carriera di quei colleghi che hanno dedicato a questo sistema le loro migliori energie.
Spesso un Ateneo come il nostro viene definito 'generalista'. È una parola insufficiente, talvolta persino fuorviante: sembra indicare dispersione, genericità, accumulo indistinto di saperi, mentre Sapienza è, al contrario, un sistema di competenze altamente specializzate, laboratori, scuole, Dipartimenti e comunità scientifiche di eccellenza. Il punto non è rinunciare alla specializzazione; è darle una forma più alta: un’alleanza tra i saperi.
Energia, ambiente, intelligenza artificiale, nuove sfide diagnostico-terapeutiche, salute globale, neuroscienze, sport, religioni, sociologia, filosofia, diritto, economia, tecnologie emergenti, sicurezza, formazione dei nuovi mestieri e modelli sociali chiedono una Sapienza capace di tenere insieme storia e innovazione, profondità disciplinare e visione d’insieme, specializzazione e responsabilità verso la società civile. Solo attraverso questa lente l’Ateneo può compiere una trasformazione autentica: da un lato aprendo nuove opportunità per la ricerca, generate dall’incontro tra linguaggi, metodi e tradizioni diverse; dall’altro restituendo alla società il bene prezioso di una conoscenza non frammentata, autorevole, critica e orientata al futuro che ponga l’uomo e l’umanità al centro. Una cifra questa che trova nella nostra storia e nella città in cui viviamo radici profonde.
La nostra forza non consiste nella semplice compresenza di molti campi del sapere, ma nella capacità di metterli in relazione per generare nuova conoscenza, nuove domande, nuove soluzioni e una visione unitaria dei fenomeni complessi del nostro tempo. La interdisciplinarità come alleanza tra saperi è la prima leva di questa trasformazione.
La sfida quindi è promuovere un nuovo Umanesimo, nel quale umanisti e scienziati, ricerca fondamentale e applicazioni tecnologiche, scienze umane, naturali e sociali possano riconoscersi come parti di un unico progetto culturale, scientifico e civile.
Raffaello, La Scuola di Atene, 1509–1511 circa
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Partecipazione, ruoli e Agorà
Dialogare, includere e condividere un progetto comune
L'integrazione delle conoscenze non nasce per decreto: la Sapienza deve costruire luoghi stabili in cui le sue competenze possano riconoscersi, parlarsi e trasformarsi in indirizzo comune.
La premessa di metodo del programma è dunque semplice: una comunità universitaria ampia, plurale e competente come Sapienza cresce quando identifica con chiarezza i propri obiettivi, i principi alti che la orientano e il ruolo che intende assumere in un quadro internazionale e multidisciplinare sempre più esigente. Le linee strategiche devono essere chiare; i mezzi per realizzarle vengono di conseguenza e sono efficaci se la comunità viene messa in condizione di comprenderli e condividerli.
Il punto non è contrapporre una stagione a un’altra, né personalizzare le difficoltà che ogni Ateneo complesso incontra. Il punto è riconoscere che, in una fase di trasformazioni rapide, Sapienza ha bisogno di spazi stabili nei quali le sue energie vengano ascoltate, messe in relazione e rese partecipi delle scelte comuni. Quando i processi decisionali appaiono lontani, poco leggibili o già definiti, si indeboliscono contemporaneamente il senso di appartenenza e la qualità delle decisioni.
La leadership resta indispensabile, ma deve esprimersi dentro un sistema capace di ascoltare, valorizzare il dissenso costruttivo e trasformare le competenze diffuse in orientamento strategico. La trasformazione auspicata è perciò strutturale: maggiore chiarezza delle prerogative, più trasparenza nei criteri, spazi effettivi di proposta e contrappesi istituzionali adeguati alla complessità dell’Ateneo.
La partecipazione non è soltanto una questione di stile. È il modo in cui un’organizzazione ad alta intensità di conoscenza aumenta la propria capacità di apprendimento, in cui definire le linee programmatiche per la fusione e l’integrazione culturale alla base del nuovo percorso.
Il vertice non vede tutti i problemi, non intercetta tutte le opportunità e non possiede da solo tutte le competenze necessarie. Per questo il confronto deve diventare un metodo ordinario di governo: non sostituisce la responsabilità della decisione, ma la rende più fondata e autorevole.
Partecipare senza confondere i ruoli
Includere significa allargare il “cerchio” di coloro che assumono le decisioni, ma non trasformare ogni scelta in un processo indistinto. Il programma distingue con nettezza indirizzo politico-istituzionale, analisi tecnica, consultazione della comunità e vincoli amministrativi. Proprio questa distinzione consente di evitare confusione: ciascun livello deve essere consapevole del proprio ruolo, sapere quando intervenire, con quali strumenti e con quale effetto sul processo finale
Allargare il cerchio non significa rallentare l’Ateneo. Significa renderlo più capace di leggere i problemi, correggere errori, cogliere opportunità e scegliere meglio. Un sistema troppo chiuso limita la circolazione delle idee, produce conformismo e lascia emergere i problemi quando sono già crisi. Una Sapienza più aperta deve invece rendere la decisione più fondata, più comprensibile e più legittima
La partecipazione è anche una leva di entusiasmo e motivazione. Quando docenti, ricercatori, personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, studenti e giovani studiosi percepiscono che il proprio lavoro ha un effetto sul destino della comunità, cresce la disponibilità a contribuire, a farsi carico dei problemi comuni e a condividere responsabilità. L’entusiasmo istituzionale nasce dalla possibilità reale di incidere
Le domande da rendere permanenti sono le seguenti: dove nascono oggi le idee per il futuro dell’Ateneo? Dove avviene il confronto prima che le scelte siano definite? Quali organi incidono realmente sulle decisioni e quali intervengono soltanto nella fase conclusiva? La vita democratica di Sapienza non può concentrarsi nel solo momento elettorale: deve produrre orientamento, proposta e verifica lungo tutto il mandato.
L'Agorà per connettere la comunità Sapienza
La comunità Sapienza ha bisogno di poter ristabilire un clima di fiducia, di trasparenza, condivisione, di partecipazione estesa, attraverso il quale la discussione diventi l’elemento sistematico utilizzato per la formazione delle idee per il governo dell’Ateneo
Questa necessità e questo metodo meritano di essere sintetizzati in una parola che lo identifichi: Agorà. E’ lo strumento ideato per condividere e per generare le idee per un nuovo umanesimo. È uno spazio ordinato di elaborazione in cui le proposte possono maturare prima di essere affidate alle sedi competenti. Il suo valore sta nella continuità del processo: raccogliere bisogni, confrontare soluzioni, chiarire implicazioni amministrative e restituire alla governance opzioni più solide.
L’Agorà è quindi un metodo di consultazione partecipativa ed estesa a tutti i livelli che include il Collegio dei Direttori di Dipartimento, comprensivo dei Presidi, di delegati rappresentativi dei Presidenti di Consiglio d’Area o di Corso di Studio per macro-area e di delegati delle responsabilità amministrative delle strutture. Si tratta di figure elette o comunque direttamente esposte alla vita quotidiana dell’Ateneo: sensori capaci di cogliere esigenze formative, carichi organizzativi, difficoltà amministrative, peculiarità scientifiche e bisogni degli studenti.
Francesco Pesellino and Workshop, Italy, Florence about 1422 - 1457 Florence
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Un nuovo motore propulsivo: risorse, ricerca e nuove alleanze
La visione ideale è ispirazione e fondamento per una struttura chiara nei suoi obiettivi e conseguente negli strumenti d’elezione per realizzarli, producendo l’architettura del sistema propulsivo di Sapienza. Il suo obiettivo è quello di generare nuove opportunità e al tempo nuove risorse per l’Ateneo. Quest’ultimo punto essenziale per poter guidare qualunque strategia di miglioramento.
L’Agorà definisce gli obiettivi condivisi: la premessa sociale per una comunità scientifica compatta e consapevole di dove vuole posizionarsi. Una comunità che produce proposte, le discute, propone progetti. E’ l’area di libertà informale del nostro Ateneo: dove le idee nascono e si perfezionano attraverso il dialogo.
Il sistema dei dipartimenti costituisce la struttura verticale di approfondimento scientifico. La rete dei centri di ricerca Sapienza l’intelaiatura orizzontale di connessione cross-disciplinare tra i dipartimenti: un sistema questo da rivalutare e potenziare. A questa partizione verticale-orizzontale, faranno riscontro due diversi strati di governance: i prorettorati di governo ‘locale’ per macro-aree (verticali), i prorettorati di ibridazione disciplinare (orizzontali).
Due innovazioni sono rappresentate dagli Osservatori Internazionali e dai Challenge Labs. I primi sono consessi misti composti da ricercatori del nostro Ateneo e da personalità di prestigio internazionale della scienza e della società civile. Hanno il compito di osservare, nei rispettivi campi d’azione, le grandi trasformazioni globali, di individuare le prospettive future anticipando problemi emergenti. Una sorta di potente sensore dell’Ateneo, che assieme alle reti dei Dipartimenti e dei centri di ricerca suggerisce linee strategiche ad ampio raggio che possono alimentare dibattiti pubblici, relazioni istituzionali e ispirare progetti cross-disciplinari a elevato impatto sociale.
Le indicazioni degli osservatori alimenteranno i Challenge Labs, aggregati internazionali di nostre strutture di ricerca (dipartimenti e centri di ricerca) e di omologhe strutture estere, che stringono alleanze strategiche su grandi temi mondiali: trasformano le priorità individuate in progetti di largo respiro sui temi interdisciplinari di frontiera, in sintonia anche con le agende delle grandi istituzioni internazionali (ONU, FAO, IEA, WHO, UNHCR etc).
E’ conseguenza naturale di questa visione, che l’Area Internazionalizzazione –chiusa durante questo mandato- debba essere riaperta e potenziata: è la nostra finestra sul resto del mondo.
Certamente in questo quadro l’esperienza di Civis deve essere supportata e potenziata con rinnovato entusiasmo.
Il sistema propulsivo dell’Ateneo si completa di un’ultima importante struttura strategica: un Grant Office che si integra e supporta l’attività dell’Area Valorizzazione della Ricerca. Una struttura questa di grandi dimensioni, con personale anche residente all’estero nelle sedi strategiche per l’Ateneo, capaci di intercettare le nuove iniziative internazionali (al livello europeo e non), e capace di veicolare l’informazione e i progetti generati in Sapienza all’estero, anche attraverso esperti del mercato della ricerca. Questo anello del sistema propulsivo genera nuove opportunità in termini di fondi e risorse addizionali per l’Ateneo, e promette potenzialità assai interessanti su un terreno sul quale il nostro Ateneo ha larghi margini di miglioramento.
Questa struttura, rivendicando con forza l’indissolubile binomio ricerca-didattica, e del trinomio ricerca-didattica-assistenza per il sistema dell’area medica, propone il nostro Ateneo come centro di attrazione internazionale per le sue ricerche di cross-frontiera, per le esperienze didattiche assolutamente originali che in questa sede sarà possibile sperimentare, per l’innovazione nella terapie e nella diagnostica delle nostre strutture assistenziali, alla luce di una vocazione segnatamente internazionale dell’Ateneo.
Il sistema descritto non si limita a riorganizzare le funzioni interne dell’Ateneo, disegnando un dispositivo capace di generare nuove frontiere per la ricerca e per la didattica, ma genera un processo attivo per trainare in modo naturale e integrato, anche la Terza e la Quarta Missione dell’Università.
In questa architettura, infatti, la Terza Missione non appare come un capitolo aggiuntivo o come una funzione accessoria, ma come l’esito fisiologico di una comunità scientifica che dialoga con il mondo. La valorizzazione delle conoscenze, il trasferimento tecnologico, l’imprenditorialità accademica, la formazione permanente, il public engagement, la tutela e la promozione del patrimonio culturale, l’innovazione sanitaria e sociale, la diffusione della scienza aperta e la partecipazione agli obiettivi globali di sostenibilità diventano parti diverse di un’unica strategia: fare della Sapienza un motore culturale, scientifico, civile ed economico, capace di incidere sul territorio e insieme sulle grandi reti internazionali dell’innovazione.
Allo stesso modo, la Quarta Missione trova in questa visione il suo luogo più proprio. Inclusione, equità, valorizzazione delle differenze, contrasto alle diseguaglianze, accessibilità, diritto allo studio, pari opportunità, sostenibilità sociale e responsabilità verso le nuove generazioni non sono obiettivi separati dalla ricerca e dalla didattica, ma condizioni stesse della loro qualità. Una università che vuole confrontarsi con le sfide del nostro tempo deve essere, al proprio interno, una comunità aperta, plurale, giusta, capace di riconoscere il talento ovunque esso si manifesti e di rimuovere gli ostacoli che ne impediscono la piena espressione.
Il sistema propulsivo dell’Ateneo, così concepito, produce dunque una convergenza forte tra eccellenza scientifica, responsabilità sociale, apertura internazionale e inclusione. Sapienza può diventare non soltanto un luogo in cui si genera conoscenza, ma un’istituzione capace di orientare trasformazioni: nel territorio, nel sistema produttivo, nelle istituzioni, nella cura, nella cultura, nell’ambiente, nelle professioni, nella società civile e nelle reti globali. È in questa saldatura tra visione ideale, struttura organizzativa e responsabilità pubblica che l’Ateneo può riconoscere la propria missione più alta: formare, scoprire, includere, trasformare.
Programmazione del personale trasparente e capacità di incrementare le risorse di Ateneo
Strutture e comunità devono poter conoscere non solo quante risorse siano disponibili, ma anche comprendere quali criteri ne determinino l’attribuzione, quali vincoli siano inderogabili e quali margini siano invece frutto di una scelta politica. La chiarezza preventiva riduce i conflitti, le aspettative irrealistiche e le interpretazioni difformi; consente ai Dipartimenti di programmare con responsabilità e all’Ateneo di motivare le decisioni più delicate. Questa trasparenza deve informare tutte le attribuzioni di personale che permettono a tutte le strutture e alle aree di funzionare correttamente: sia il personale docente sia il personale TAB.
Su questo terreno è necessaria una svolta decisa: la programmazione interna delle risorse di personale deve fondarsi su regole condivise a priori, informazioni complete, criteri verificabili e tempi prevedibili. Le strutture indicano bisogni e priorità; l’amministrazione centrale verifica i vincoli complessivi, che sono globali e non locali, e individua il modo più efficace per realizzare le esigenze nel rispetto della sostenibilità generale. La procedura dovrebbe essere leggibile: disponibilità comunicate in anticipo, richieste coerenti con i bisogni, verifica centrale, compensazione tra risorse e richieste, eventuale negoziazione temporale trasparente.
Tecnicamente è necessario garantire un’erogazione delle risorse con cadenze regolari e certe, svincolate dai tempi ministeriali: l’Ateneo deve provvedere a questo disaccoppiamento, deve filtrare le fluttuazioni ministeriali, regolarizzando il flusso e la cadenza con cui eroga le risorse a Dipartimenti e Facoltà. Inoltre il meccanismo del ‘budget assunzionale’ va rivisto totalmente: nella attuale forma produce residui in molti casi inutilizzabili che restano dormienti tra un’assegnazione e la successiva, rallentando ulteriormente il già critico flusso delle risorse.
La distribuzione equa delle risorse è un nodo centrale e presupposto di trasparenza, efficienza e fiducia nell’istituzione, ma non è sufficiente. Se l’Ateneo dedica energie crescenti a perfezionare algoritmi per ripartire risorse minime, rischia di restare prigioniero di una logica redistributiva. La vera sfida di mandato è costruire una strategia moltiplicativa della capacità di investimento: più risorse libere, più risorse competitive, più alleanze qualificate, più margini per ricerca, giovani, servizi e infrastrutture. Saperi in alleanza è la strategia di fondo per procedere su questa strada.
E’ necessario sottolineare che sebbene sia necessario raggiungere il miglior posizionamento possibile del nostro Ateneo rispetto ai meccanismi di finanziamento ministeriale, questa azione da sola non può d cambiare sostanzialmente il quadro delle criticità della Sapienza. E dunque uno dei punti al quale prestare particolare Sapienza 26-32 | Antonio Carcaterra - Manifesto sintetico Saperi in Alleanza | pag. 10 attenzione è l’attrazione di nuove risorse esterne al sistema ministeriale, potenziando la capacità moltiplicativa dei nostri investimenti. Dobbiamo altresì essere capaci di trasformare i nuovi introiti in opportunità di aumentare la dotazione delle risorse di personale per favorire nuovi ingressi di giovani ricercatori, e supportare le legittime aspirazioni di carriera dei colleghi che hanno dedicato la loro vita alla ricerca. Lo studio di questo meccanismo sarà oggetto di particolare attenzione anche dal punto di vista delle possibili tecniche amministrative utilizzabili.
Insistiamo anche su un punto centrale di equilibrio: in un grande Ateneo devono esistere risorse minime a tutela della libertà di ricerca, soprattutto per ambiti che dispongono di mezzi limitati. Una dotazione minima per docente non deve essere concepita come premio competitivo, ma come riconoscimento della dignità scientifica e condizione per mantenere vive linee di ricerca, pubblicazioni, collaborazioni preliminari e partecipazioni scientifiche. Il punto qualificante, tuttavia, è trovare nuove risorse. L’Ateneo deve spostare energie dalla sola costruzione di criteri distributivi alla creazione di occasioni moltiplicative: bandi competitivi, partnership, cofinanziamenti, supporto al grant writing, strutture di progetto, valorizzazione di competenze e infrastrutture, anche digitali. Servono metodo e organizzazione, non solo fortuna o collocazione naturale di mercato.
Un Grant Office all'altezza delle sfide internazionali: a caccia di nuove risorse
La qualità della ricerca non dipende soltanto dalle idee e dalle competenze scientifiche, ma anche dalla capacità di trasformarle in progetti competitivi. Per questo Sapienza dovrà rafforzare il Grant Office come struttura strategica dell'Ateneo, dotandolo di competenze specialistiche e di personale qualificato dedicato ai principali programmi nazionali, europei e internazionali.
L'obiettivo è offrire un accompagnamento continuo lungo tutto il ciclo di vita dei progetti: dall'individuazione delle opportunità di finanziamento alla costruzione dei partenariati, dalla preparazione delle candidature alla gestione amministrativa, fino alla rendicontazione finale.
Ancora più attenzione dovrà essere dedicata ai programmi ERC, Horizon Europe e agli altri bandi ad alta competitività, sostenendo ricercatrici e ricercatori nella costruzione di proposte sempre più ambiziose e capaci di accrescere la reputazione internazionale dell'Ateneo.
Accanto alle competenze amministrative sarà necessario sviluppare professionalità dedicate al project management della ricerca, in grado di supportare efficacemente le strutture e liberare tempo e risorse per le attività scientifiche.
Sapienza dispone di un patrimonio scientifico, culturale e reputazionale enorme, ma molte opportunità si perdono perché il potenziale è disperso tra strutture diverse e non sempre leggibile per l’interlocutore esterno. Un portafoglio aggiornato di laboratori, gruppi, brevetti, piattaforme tecnologiche e competenze trasversali è utile, ma non basta: monitorare l’offerta interna non produce da solo i benefici attesi
Occorre una cerniera professionale tra Ateneo e mondo esterno: competenze abituate all’incontro con il mondo economico, sociale, produttivo e istituzionale, capaci di comprendere la grammatica dei partner, intercettare bisogni, tradurre competenze accademiche in programmi negoziabili e accompagnare i progetti dalla fase di contatto alla gestione dell’accordo.
Il reperimento di risorse esterne deve diventare una linea ordinaria dell’azione di Ateneo, non una somma di iniziative episodiche affidate alla fatica dei singoli gruppi.
Alleanze strategiche, non subordinazione al mercato
Collaborare con imprese, investitori, fondazioni, enti territoriali, istituzioni culturali e soggetti internazionali non significa rinunciare all’autonomia scientifica. Significa costruire condizioni nelle quali ricerca libera, trasferimento tecnologico e impatto sociale possano sostenersi reciprocamente. La gestione di questi rapporti deve essere trasparente, con regole preventive su ruoli, benefici, rischi reputazionali, proprietà intellettuale, conflitti di interesse e tutela di studenti e giovani ricercatori.
Una cabina di regia per le relazioni strategiche esterne potrebbe mettere in comunicazione Dipartimenti, Facoltà, investitori, imprese e istituzioni, individuando priorità, portafogli di competenze e piattaforme condivise. Da qui possono nascere dottorati industriali, contratti di ricerca, laboratori congiunti, posizioni finanziate, percorsi di trasferimento tecnologico e iniziative di alta formazione in ambiti come intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, energia, materiali avanzati, biotecnologie, salute, mobilità sostenibile e sicurezza.
La valorizzazione dei risultati della ricerca rappresenta una componente essenziale della terza missione. Sapienza dovrà rafforzare le competenze dedicate alla tutela della proprietà intellettuale, alla gestione dei brevetti, al trasferimento tecnologico e alla costruzione di partenariati con il sistema produttivo e istituzionale. L'obiettivo non è commercializzare la ricerca, ma amplificarne l'impatto culturale, sociale ed economico, mantenendo piena autonomia scientifica e trasparenza nei rapporti con gli interlocutori esterni.La terza missione diventa così motore civile, culturale ed economico: non commercializzazione della ricerca, ma costruzione di alleanze per trasformare conoscenza, competenze e infrastrutture in valore pubblico, risorse e impatto.
Le specificità di area e la loro integrazione
In un Ateneo universalista, aree disciplinari molto eterogenee sono una ricchezza ma richiedono modelli organizzativi capaci di rispondere a esigenze diverse. E qui bisogna armonizzare secondo il nostro punto di vista due esigenze: prendere atto da una parte delle differenze tra aree, ma al tempo stesso potenziarne l’integrazione per incentivare la multidisciplinarità. Ferma restando l’unitarietà dell’Ateneo, il programma apre alla possibilità di macro-aree di governo dedicate, con deleghe operative e prorettorati dedicati — Area Medica, Scienze Umane, STEM — per assicurare continuità, coerenza e tempestività di intervento. L’area biomedica e delle scienze della salute, in particolare, richiede un modello dedicato per le sue spiccate peculiarità: il rapporto strutturato con il Servizio Sanitario Nazionale, la formazione specialistica, la ricerca clinica e traslazionale, i comitati etici e i clinical trial centers.
Allo stesso tempo, l’integrazione multi-disciplinare vede naturalmente un rafforzamento ed una leva nei centri di ricerca interdipartimentali della Sapienza: una risorsa di rete che per definizione collega naturalmente diverse aree dell’Ateneo, un’intelaiatura dalla quale partire per potenziare la ricerca interdisciplinare. A tal fine, saranno istituite figure prorettorali di raccordo transdisciplinare che raccolgano e stimolino proposte proprio dai centri interdipartimentali per lo sviluppo di progetti integrati definiti dai collegi allargati -la nostra Agorà.
In particolare, l’area biomedica e delle scienze della salute presenta caratteristiche peculiari che giustificano l’adozione di un modello gestionale dedicato. Tale area si distingue infatti per la presenza di un rapporto strutturato e normativamente regolato con il Servizio Sanitario Nazionale, indispensabile per lo svolgimento dei compiti istituzionali di didattica e di ricerca dei docenti e dei ricercatori ad essa afferenti. Tali compiti risultano, in molti casi, inscindibilmente connessi all’attività assistenziale che gli stessi sono chiamati a esercitare, con ricadute dirette sui rapporti con le Aziende Sanitarie di riferimento, sulla formazione medica specialistica, sulla ricerca pre-clinica, traslazionale e clinica, nonché sui rapporti con i comitati etici e con i clinical trial centers presenti o da istituire.
In questo quadro, appare opportuno prevedere la figura di un Prorettore competente per l’area biomedica e delle scienze della salute, dotato di piena delega e autonomia nei rapporti con gli enti e le istituzioni di riferimento.
L’eventuale articolazione di sub-deleghe specifiche dovrebbe essere intesa come ulteriore espressione della medesima catena di responsabilità e indirizzo che discende dalla delega rettorale, e non come semplice supporto operativo o tecnico. I soggetti titolari di tali sub-deleghe agirebbero pertanto in raccordo con il Prorettore competente e nell’ambito della strategia definita dalla governance centrale dell’Ateneo, contribuendo a garantire continuità, coerenza e tempestività di azione nei diversi contesti di riferimento.
Una simile organizzazione consentirebbe inoltre di perseguire la massima omogeneità possibile delle condizioni giuridiche ed economiche di tutti gli afferenti all’area biomedica e delle scienze della salute, evitando frammentazioni gestionali e interpretative tra strutture diverse. Essa permetterebbe, al contempo, di ricondurre e valorizzare le attività delle Presidenze e delle diverse articolazioni dell’area a una strategia collegialmente definita ma unitariamente attuata a livello di Ateneo, rafforzando la capacità di interlocuzione istituzionale, di programmazione e di governo complessivo dell’area.
Particolare attenzione deve essere dedicata alla ricerca biomedica di base, traslazionale e preclinica, che rappresenta uno dei motori della produzione scientifica del nostro Ateneo. Quest’area richiede investimenti di rilievo in infrastrutture: spazi, attrezzature e personale tecnico dedicato. Queste esigenze ben si sposano con l’architettura del sistema descritto: aumento delle risorse disponibili attraverso la promozione della cross-connessione disciplinare ed il potenziamento dell’internazionalizzazione. La creazione di grandi strutture centralizzate (tra le quali uno stabulario e biobanche di Ateneo) è in accordo con lo sviluppo dei challenge labs: grandi infrastrutture che coinvolgono diversi settori disciplinari per costruire nuove frontiere di ricerca. Questa strategia presenta vantaggi in termini di economia gestionale, efficienza manutentiva, riduzione del personale tecnico dedicato. La creazione del Grant Office e di un intero apparato propulsivo nelle modalità descritte in questo manifesto, incentrato sul supporto alla ricerca, dallo sviluppo delle idee embrionali fino alla connessione con il mondo produttivo esterno, vede la ricerca biomedica di base perfettamente inserita in questo alveo. Sulla base di questa strategia, ci sono margini molto ampi per il reperimento di nuove risorse da destinare sia al potenziamento delle infrastrutture, sia all’acquisizione di personale dedicato alla ricerca in uno dei settori di grande rilievo per il nostro Ateneo.
Rembrandt, The Anatomy Lesson of Dr. Nicolaes Tulp, 1632
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L’ampia area delle scienze umane e sociali (social sciences and humanities) abbraccia in Sapienza, come in pochi altri atenei, in Europa e non solo, un ventaglio vastissimo di saperi e di discipline: dall’economia alla sociologia, dal diritto alla filosofia e alle scienze cognitive, dalla storia all’archeologia fino alla storia delle arti, dall’antropologia alle lingue antiche e moderne, dell’Europa e del mondo, non c’è settore che in Sapienza non abbia una lunga – talvolta lunghissima – e autorevole tradizione.
L’alto tasso di successo nei bandi competitivi internazionali, a ogni livello, e i primati che specifici settori mantengono da anni nei più prestigiosi ranking internazionali, confermano la forza e l’eccellenza di quest’area, vasta e complessa, che risponde peraltro, per ruolo, tradizione e vocazione, a esigenze assai diverse: 1) la ricerca di eccellenza, in settori anche di nicchia, assolutamente indispensabili a una società che voglia comprendere in profondità i presupposti del passato di un mondo oggi globale e multiculturale, nella prospettiva di un futuro sempre più interconnesso e non per questo meno complesso; 2) una funzione sociale, rivolta all’alta formazione di insegnanti e professionisti, 3) un ruolo di attore centrale nel teatro urbano – assolutamente unico per importanza archeologica e storico-artistica – della città di Roma, non solo capitale, ma sede di innumerevoli istituzioni operanti nell’area delle scienze umane e sociali, di importanza nazionale e internazionale.
Gli umanisti, in senso ampio, da tempo si confrontano con le cosiddette scienze dure e le loro metodologie sono in costante dialogo con quelle scientifiche: che si tratti della soluzione di un problema storico tramite l’analisi chimico-fisica dei pigmenti di un manoscritto o l’applicazione di criteri statistico-quantitativi, della prospezione di un’area archeologica attraverso strumentazioni sofisticate o dell’applicazione dell’AI al riconoscimento testuale, gli umanisti di Sapienza hanno imparato a coniugare, con il coraggio e l’equilibrio che queste innovazioni richiedono, tradizione e innovazione, affrontando sfide impegnative o ponendosi obiettivi ambiziosi, a partire da una consolidata tradizione di eccellenza. Questa è dunque una traiettoria che dobbiamo potenziare sistematicamente, alla quale tendere facendoci guidare dal principio dei saperi in alleanza. Un modo, peraltro, di creare un cifra riconoscibile e potente per le scienze dure che in Sapienza collaborano con gli umanisti: qualcosa che può nascere solo in Sapienza e solo a Roma, aprendo la strada ad un challenge lab, tra i più significativi.
A fronte di sfide sempre più saggiamente visionarie, tuttavia, le scienze umane e sociali soffrono di alcuni mali persistenti, tra cui spiccano la carenza di spazi e l’inadeguatezza di fondi e laboratori.
I nuovi orizzonti di un nuovo Umanesimo, a cui dobbiamo aspirare e di cui l’area umanistica deve farsi pienamente protagonista con le altre, richiedono scelte strategiche chiare e precise.
Ci sono cose che si possono fare utilizzando le risorse disponibili in modo razionale: per esempio nella politica dei dati digitali. I mille piccoli e medi progetti umanistici, che con i loro risultati scientifici tanto contribuiscono al prestigio di Sapienza nell’area, devono essere supportati in maniera sistematica e continuativa, perché i saperi e, molto concretamente, i dati da essi prodotti siano conservati, resi accessibili e messi a disposizione per un riutilizzo futuro.
Si tratta di buon senso, oltre di principi ben noti, che possono trovare attuazione solo con una pianificazione di ateneo che guardi sia ai bisogni effettivi sia alle misure concrete da adottare che evitino dispersione di energie, risorse e iniziative personali spesso effimere ed estemporanee, tanto più problematiche nel caso di docenti che spesso hanno un carico didattico considerevolmente maggiore rispetto a colleghi di altre aree, ma non per questo rinunciano alla ricerca, anche di frontiera.
Viste le molte anime dell’area, sarà opportuno immaginare, in seno al nuovo governo di Ateneo, alcune figure, di diverso livello gestionale e di diversa formazione, delegate a rimanere in costante dialogo con le sub-aree in questione, raccogliendone le esigenze e valorizzandone efficacemente le potenzialità.
Raffaello, La Scuola di Atene, 1509–1511 circa
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L’area STEM si colloca in modo naturale e strategico all’interno della visione dei Saperi in Alleanza. Le competenze presenti nei Dipartimenti e nelle Facoltà che afferiscono a questo ambito rappresentano uno dei principali motori scientifici, tecnologici e formativi di Sapienza. Per esprimere pienamente il proprio potenziale, tuttavia, esse hanno bisogno di un sostegno strutturale più forte, in particolare sul piano degli spazi laboratoriali, delle infrastrutture di ricerca, delle piattaforme tecnologiche condivise e degli ambienti avanzati per la didattica sperimentale.
Laboratori moderni, accessibili e ben attrezzati non sono soltanto strumenti operativi: sono luoghi nei quali si formano nuove generazioni di ricercatrici e ricercatori, si costruiscono collaborazioni internazionali, si sviluppano prototipi, si attraggono finanziamenti competitivi e si rafforza la qualità della didattica. In questo senso, il potenziamento degli spazi per la ricerca e per la formazione STEM deve essere considerato una priorità qualificante per l’intero Ateneo.
Sapienza dispone già oggi, in quest’area, di una significativa capacità di attrazione internazionale, con punte di eccellenza riconosciute e consolidate. Tuttavia, i margini di crescita sono ancora molto ampi. In particolare, la partecipazione a grandi progetti internazionali, la capacità di coordinare consorzi europei, l’attrazione di fondi competitivi pubblici e privati e la valorizzazione industriale dei risultati della ricerca possono compiere un vero salto di scala.
Per raggiungere questo obiettivo è necessario rafforzare in modo deciso le strutture di supporto. La riapertura e il potenziamento dell’area dedicata all’internazionalizzazione, insieme alla creazione di un Grant Office di Ateneo realmente integrato con le strutture di valorizzazione della ricerca, possono diventare una leva decisiva.
Le frontiere scientifiche più promettenti nascono oggi dall’intersezione tra competenze diverse. Le conoscenze teoriche della matematica, della fisica, dell’informatica, della chimica, della biologia, dell’ingegneria e delle scienze della terra possono costituire l’intelaiatura di nuovi Challenge Labs interdisciplinari, capaci di affrontare problemi complessi e di attrarre risorse internazionali.
Molto rilevanti sono le possibilità di interazione tra area STEM e scienze della vita. Piattaforme condivise di bioinformatica, imaging, robotica, sensoristica e analisi dei dati potrebbero sostenere nuove linee di ricerca sulla medicina personalizzata, sulla salute pubblica, sull’invecchiamento, sulle neuroscienze. Analogamente, la collaborazione tra ingegneria, fisica, chimica e scienze ambientali può generare progettualità di grande impatto su transizione energetica, economia circolare, monitoraggio climatico, qualità dell’aria e sostenibilità urbana.
Ancora, Challenge Labs possono essere dedicati al patrimonio culturale, oppure laboratori su diritto, dati e intelligenza artificiale, nei quali giuristi, informatici, economisti, ingegneri e matematici affrontino temi come regolazione degli algoritmi, protezione dei dati, responsabilità delle tecnologie autonome, sicurezza digitale e impatto sociale dell’automazione.
Un ulteriore esempio riguarda la città di Roma come laboratorio vivente. Sapienza potrebbe promuovere un grande programma interdisciplinare su mobilità sostenibile, energia, patrimonio culturale, salute urbana e inclusione sociale, mettendo in relazione ingegneria, architettura, lettere e filosofia, medicina, economia, sociologia, giurisprudenza, informatica e scienze ambientali. Un progetto di questo tipo avrebbe una forte vocazione internazionale e, al tempo stesso, un impatto diretto sul territorio.
La strategia vincente deve dunque fondarsi su un equilibrio preciso: rafforzare le eccellenze disciplinari e, allo stesso tempo, accelerare la loro connessione sistematica. Solo un Ateneo forte nelle proprie verticali e veloce nelle proprie alleanze cross-disciplinari può competere nello scenario internazionale della ricerca contemporanea.
Formazione, studenti e vita universitaria
Sapienza rivendica spesso, e giustamente, la propria dimensione di più grande università d’Europa. Questa dimensione è una forza identitaria, ma è anche una responsabilità organizzativa e finanziaria: richiede grandi infrastrutture, servizi proporzionati, spazi adeguati, costi di gestione rilevanti e una capacità amministrativa per governare una complessità non comune. Una parte importante dei finanziamenti dell’Ateneo dipende inoltre da quote ministeriali sensibili al numero degli studenti regolari e in corso, alla qualità delle carriere e alla capacità di attrazione. In un Paese segnato dalla crisi demografica e dalla bassa natalità, e storicamente caratterizzato da una minore affezione sociale al titolo di laurea rispetto ad altri contesti europei, questo dato deve essere assunto come questione strategica. Per una Sapienza così grande, una futura contrazione della popolazione studentesca nazionale non sarebbe solo un fenomeno statistico: potrebbe tradursi in una riduzione proporzionale di voci di bilancio essenziali per didattica, ricerca, servizi e infrastrutture.
Lifelong learning: dallo studente universitario allo studente permanente
Occorre quindi preparare il terreno ampliando anche la nostra definizione di studente. Lo studente dei corsi di laurea triennale, magistrale e a ciclo unico è il centro della missione dell’Ateneo: la formazione universitaria iniziale, rivolta in larga parte alla fascia 19-24 anni, rimane una funzione cardine e irrinunciabile. Ma non può più essere l’unica platea alla quale Sapienza guarda. La società, le istituzioni e il mercato del lavoro chiedono ormai percorsi continui di aggiornamento, riqualificazione e crescita professionale. La didattica deve quindi aprirsi con decisione alla formazione permanente: corsi executive, master, corsi di specializzazione, corsi di alta formazione, micro-credenziali, , programmi per pubbliche amministrazioni, imprese, ordini professionali, istituzioni culturali e soggetti del terzo settore.
Questa linea non snatura l’università pubblica, ma la rafforza. Sapienza può accompagnare le persone anche dopo l’uscita dai percorsi universitari ordinari, mantenendo con laureate e laureati un rapporto vivo nel tempo e offrendo strumenti rigorosi per affrontare transizioni tecnologiche, sociali, sanitarie, ambientali e organizzative. La formazione continua deve diventare una leva di autonomia culturale e finanziaria: un canale attraverso cui generare nuove risorse, consolidare alleanze qualificate e rendere la conoscenza dell’Ateneo più accessibile a comunità professionali diverse.
Didattica creativa, progettuale e di squadra
Accanto alla didattica ordinaria occorre assicurare spazi e strumenti per una didattica creativa, progettuale e di squadra. In quest’ottica il FabLab e il SIEH di Sapienza vanno potenziate, come strumenti concreti ed originali per accompagnare i nostri studenti nel percorso di capacità ideativa. Anche i progetti mirati alla formazione di squadre per competizioni internazionali: dall’automobilismo al motociclismo, dalle competizioni robotiche a quelle nautiche, fino alle sfide spaziali e aeronautiche. Sono esperienze di grande pregio perché entusiasmano le studentesse e gli studenti, li abituano alla collaborazione, alla responsabilità, alla pianificazione autonoma, alla progettazione e al fare.
Nei contesti descritti la conoscenza non è solo trasmessa, ma diventa impresa collettiva, prototipo, errore, correzione, competizione leale, capacità di comunicare e di portare a compimento un progetto.
Sapienza deve creare spazi nuovi per i nostri studenti: laboratori condivisi, aree per prototipazione, luoghi per il lavoro di gruppo, officine leggere, supporto tecnico, tutoraggio scientifico e procedure amministrative semplici per sostenere iniziative didattiche innovative. Diverse esperienze hanno funzionato in modo entusiasmante. Queste devono essere estese e potenziate ad altri settori, anche umanistici, sociali, biomedici, giuridici, economici e ambientali. L’obiettivo non è limitarsi a partecipare a gare e competizioni che oggi si svolgono in misura prevalente all’estero: Sapienza deve anche saper proporre nuove sfide internazionali, costituire competizioni e programmi capaci di attrarre altre università, generare reti e proiettare verso l’esterno l’entusiasmo creativo dei propri studenti
Sulla stessa falsariga si promuoveranno iniziative in cui studenti di aree molto diverse che vanno dalla storia all’ingegneria, dall’architettura alla medicina, per far prendere vita a challenge lab internazionali autogestiti dalla comunità studentesca. Questo fattore rappresenta un elemento di potente maturazione intellettuale e di abitudine al dialogo interdisciplinare centrato e focalizzato alla risoluzione di grandi problemi mondiali. L’Ateneo si preoccuperà di favorire l’apertura dei rapporti con le più importanti istituzioni internazionali a supporto delle loro attività, e a finanziare anche in collaborazione con fondazioni e organizzazioni internazionali la loro interazione con territori oggetto di eventuale studio.
Inclusione e accessibilità: il supporto ai DSA e la valorizzazione del talento
Una grande università non può dirsi tale se non garantisce che il merito e il talento siano liberati da ogni barriera di accesso. Sapienza deve potenziare strutturalmente i servizi di accoglienza e orientamento, offrendo un supporto personalizzato e continuo alle studentesse e agli studenti con DSA e disabilità. Questo richiede non solo la semplificazione digitale delle procedure per l'accesso alle misure dispensative e agli strumenti compensativi, ma anche un investimento serio nella formazione del personale docente, affinché i modelli didattici e di valutazione diventino intrinsecamente flessibili e inclusivi. L'obiettivo è trasformare l'inclusione da adempimento burocratico a valore quotidiano, assicurando a ogni studente le condizioni ottimali per esprimere appieno il proprio potenziale
Sport, benessere e vita universitaria
Lo sport deve diventare una componente riconoscibile della vita universitaria, nella doppia funzione di supporto al benessere della persona e di stimolo per nuove attività scientifiche: è formazione, salute, inclusione, appartenenza e capacità di fare comunità. Spazi e strutture possono essere dedicate a questa attività congiunta in modo sinergico.
Sapienza dispone già di strutture e iniziative in parte attivate, ma mai sviluppate compiutamente, che vanno potenziate, rese più accessibili ed estese, costruendo una rete stabile tra impianti, servizi, corsi, Dipartimenti e rappresentanze studentesche.
Occorre rafforzare spazi e programmi sportivi con una logica di Ateneo: più opportunità per studentesse e studenti, personale, dottorandi e giovani ricercatori; maggiore integrazione con le competenze scientifiche su medicina, salute, psicologia, ingegneria, architettura, management e scienze sociali. Si vuole puntare a realizzare un vero e proprio hub nazionale sullo sport e le scienze dello sport.
Spazi per studiare, progettare e vivere l'Ateneo
La qualità della didattica, oltre che dalla qualità e dedizione dei docenti, dipende anche dalla qualità dei luoghi in cui si studia. Servono nuovi spazi studio e una gestione più coraggiosa di quelli esistenti. L’apertura estesa, anche 24 ore su 24, di alcune biblioteche e sale studio è un obiettivo realizzabile se affrontato con un piano serio di sicurezza, presidio, illuminazione, controllo degli accessi, manutenzione e responsabilità organizzativa. Dove l’Ateneo non dispone da subito di spazi sufficienti, si possono costruire convenzioni con strutture pubbliche e private limitrofe alle sedi didattiche: biblioteche civiche, istituzioni culturali, enti territoriali, fondazioni, spazi di co-working qualificati, luoghi accessibili e riconoscibili dagli studenti.
Un sistema integrato di spazi studio deve essere leggibile, prenotabile e distribuito. La studentessa o lo studente deve sapere dove può studiare, in quali orari, con quali servizi, con quale livello di sicurezza e con quali connessioni digitali. Le aule non possono essere percepite solo come luoghi della lezione: l’Ateneo deve diventare un ambiente continuo di apprendimento, incontro e progettazione
Occorre rafforzare spazi e programmi sportivi con una logica di Ateneo: più opportunità per studentesse e studenti, personale, dottorandi e giovani ricercatori; maggiore integrazione con le competenze scientifiche su medicina, salute, psicologia, ingegneria, architettura, management e scienze sociali. Si vuole puntare a realizzare un vero e proprio hub nazionale sullo sport e le scienze dello sport.
Studentati e rete abitativa convenzionata
Una rete abitativa Sapienza dovrebbe prevedere standard minimi di qualità, sicurezza, trasparenza dei contratti, vicinanza o collegamento efficiente con le sedi didattiche, strumenti di garanzia e meccanismi di monitoraggio. Questo modello può aiutare studenti fuori sede.
Amministrazione, regole, sicurezza e persone
Il rapporto tra centro e strutture deve essere ripensato anche sul piano culturale. Le aree centrali non sono un potere separato, ma il luogo in cui si garantiscono uniformità, coerenza e sostenibilità dell’azione. Le strutture non sono terminali periferici, ma presidi di competenza e responsabilità. L’amministrazione dell’Ateneo è una sola, articolata in funzioni diverse e orientata a obiettivi comuni.
Per questo le regole operative e i regolamenti devono essere preceduti dal confronto con chi dovrà applicarli. La segnalazione preventiva delle criticità consente di evitare testi interni in conflitto tra loro, norme ridondanti e passaggi autorizzativi non necessari. Tavoli periodici tra aree centrali e responsabili amministrativi delle strutture, strumenti digitali condivisi, canali rapidi per i casi urgenti e formazione congiunta possono trasformare un rapporto verticale in un rapporto cooperativo.
Semplificazione come condizione
politica di fiducia
La semplificazione deve riguardare essenzialmente due aspetti.
Da una parte i regolamenti interni devono essere strumenti di buon funzionamento, non fonti di incertezza o rallentamento. Una revisione sistematica deve partire dai regolamenti che incidono maggiormente su ricerca, didattica, acquisti, personale, contratti e rapporti con l’esterno. L’obiettivo è rendere i testi più brevi, comprensibili e operativi; eliminare duplicazioni; ridurre prescrizioni interne non necessarie, recependo quanto già prescritto dalla normativa nazionale e dai decreti ministeriali senza farraginose superfetazioni regolamentari interne; favorire modelli standard, schede operative, FAQ aggiornate e tempi certi. Un corpus regolamentare snello, disponibile in un unico portale ed in relazione al quale esista un supporto giuridico interno dedicato: è necessità condivisa che debba essere predisposto uno sportello di supporto normativo interno, per districare questioni giuridiche che rallentano dipartimenti e facoltà.
D’altra parte, è necessaria una seconda semplificazione, legata alle strutture di sotto-governo. È esperienza comune a tutti i livelli, che si è assistito ad una vera e propria inondazione di richieste formali, documenti, note, richieste che pervengono a tutte le strutture con brevissimi preavvisi e scadenze imminenti. Una struttura di governo che prevede oggi più di 50 unità tra prorettori e delegati con notevoli sovrapposizioni di competenze, produce necessariamente difficoltà nel processo decisionale, opacità sulle responsabilità effettive, ed un costo organizzativo non giustificato dai risultati. Si propone una radicale semplificazione, eliminando l’atomizzazione delle deleghe e le loro sovrapposizioni, accorpando invece le funzioni per macro-aree funzionali.
Sicurezza e infrastrutture: un mestiere qualificato
La sicurezza dei luoghi di lavoro e delle infrastrutture è una responsabilità strategica. Richiede risorse, competenze professionali, programmazione pluriennale, manutenzione preventiva, monitoraggio digitale e cultura diffusa della responsabilità. Non può essere affidata solo alla buona volontà di uffici sotto-organico o scaricata su responsabili locali privi di dotazioni adeguate. Sicurezza significa anche protezione dei dati e dei sistemi informatici, in un Ateneo che custodisce una quantità enorme di dati sensibili relativi a studenti, personale, strutture e attività di ricerca.
La sicurezza dei luoghi di lavoro, dei laboratori e delle infrastrutture costituisce una responsabilità primaria dell'Ateneo. Negli anni si è progressivamente ampliato il carico di obblighi e responsabilità attribuito ai Direttori di Dipartimento e ai responsabili delle strutture, senza che a ciò corrispondesse sempre un adeguato rafforzamento delle competenze tecniche, delle risorse e dei servizi di supporto.
Il sistema degli obblighi interni sulla sicurezza deve essere uno strumento efficace per la protezione dei lavoratori, non un corpus regolamentare di complessità enorme, lasciato quale onere inarrivabile a strutture e persone che non hanno risorse, tempo e competenza sufficiente: in tal modo tale corpus diventa di fatto solo un modo per spostare responsabilità, generando frustrazione, preoccupazione e inefficienza. Serve un piano pluriennale con priorità, risorse dedicate e responsabilità chiaramente allocate: mappatura aggiornata dei rischi, rafforzamento degli uffici competenti, monitoraggio degli interventi, sostegno alle strutture più esposte, procedure semplici ma rigorose. La sicurezza è un’infrastruttura strategica al pari di laboratori, biblioteche, reti digitali e spazi per la didattica.
Sapienza dovrà quindi rafforzare progressivamente le proprie competenze tecniche in materia di sicurezza, manutenzione e gestione del rischio, sostenendo in particolare le strutture caratterizzate da maggiore complessità organizzativa e tecnologica. La sicurezza deve essere percepita come uno strumento di tutela delle persone e di qualità dell'organizzazione, non come un insieme di adempimenti burocratici destinati a trasferire responsabilità senza fornire adeguati strumenti operativi.
La sicurezza non può essere scaricata sulle singole strutture né affidata esclusivamente alla responsabilità formale dei Direttori. Richiede invece una governance forte e centralmente coordinata, personale specializzato, procedure chiare, manutenzioni programmate e soprattutto risorse adeguate, sia in termini di fondi che di personale dedicato.
Sapienza deve promuovere una più equilibrata distribuzione delle responsabilità operative tra amministrazione centrale e strutture periferiche. La sicurezza deve essere considerata un investimento strategico per la tutela delle persone, la qualità della ricerca e della didattica e il buon funzionamento dell'Ateneo.
Responsabili amministrativi di Dipartimento: supporto e valorizzazione
Una particolare attenzione deve essere dedicata ai responsabili amministrativi di Dipartimento. Sono figure che devono essere supportate e valorizzate, perché sostengono una parte importante delle attività di Sapienza e garantiscono la traduzione operativa delle scelte dell’Ateneo nella vita quotidiana delle strutture.
I Dipartimenti sono un nucleo strategico della macchina amministrativa: in essi si operano e si attuano le azioni demandate alle strutture su ricerca, didattica, terza e quarta missione. Per questo i responsabili amministrativi devono poter contare su personale adeguato, strumenti digitali efficienti, formazione continua, supporto normativo tempestivo e canali stabili di coordinamento con le aree centrali. Valorizzarli significa rafforzare l’intera capacità amministrativa dell’Ateneo.
Personale tecnico-amministrativo e bibliotecario
La perdita di professionalità amministrative, tecniche e bibliotecarie è un problema serio per il funzionamento dell’Ateneo. Quando una persona competente lascia Sapienza, non si perde solo una unità di personale: si perdono memoria organizzativa, conoscenza delle procedure, relazioni interne, capacità di soluzione dei problemi e continuità dei servizi. Le competenze non si trasferiscono automaticamente: richiedono affiancamento, documentazione, formazione e continuità.
La capacità di attrarre il personale evitandone la fuga verso altre amministrazioni deve diventare un indicatore di salute organizzativa. Servono ascolto, semplificazione, percorsi di crescita professionale, valorizzazione delle responsabilità effettive, strumenti premiali più efficaci e un uso maturo dello smart working, compatibile con la qualità dei servizi.
Un piano per il personale TAB deve avere tre obiettivi fondanti: (i) modello di allocazione delle risorse alle diverse strutture basato su indicatori, per poter procedere ad una riallocazione graduale e più equilibrata dei carichi di lavoro, (ii) avvio di un piano straordinario di valorizzazione del personale TAB, che includa formazione continua certificata, mediante un budget per area destinato alla formazione e al benessere del personale, (iii) partecipazione diffusa alla premialità derivante da commesse e bandi competitivi che l’Ateneo incentiverà quale politica generale
Giovani, internazionalizzazione, osservatori, territori e digitale
Giovani, ricerca e autonomia scientifica
Il futuro di Sapienza dipende dalla capacità di reclutare, accompagnare e trattenere giovani colleghe e colleghi. Non bastano procedure di reclutamento e risorse per le progressioni: servono contesti in cui i giovani possano partecipare alla vita dipartimentale, accedere a reti internazionali, assumere gradualmente responsabilità didattiche e progettuali, essere accompagnati nella costruzione di gruppi e linee di ricerca autonome.
a precarietà prolungata, l’incertezza delle prospettive e la percezione di percorsi opachi producono disaffezione e perdita di talenti. Le progressioni devono essere inserite in una cornice di regole chiare, tempi prevedibili e criteri conoscibili. Ogni giovane ricercatore dovrebbe comprendere quali condizioni consentono l’avanzamento, quali risorse sono disponibili e quali passaggi procedurali sono necessari. La trasparenza non produce automatismi, ma riduce arbitrarietà e sfiducia.
Serve una programmazione pluriennale che eviti di contrapporre sistematicamente nuove assunzioni e avanzamenti di chi ha già dimostrato valore. Dottori di ricerca, assegnisti, ricercatori a tempo determinato e figure non ancora stabilmente inserite nei ruoli devono poter contare su mentoring, fondi di avvio, supporto alla progettazione competitiva, formazione europea, riconoscimento del lavoro didattico e maggiore visibilità nei percorsi internazionali.
Attrarre talenti e sostenere l'autonomia scientifica
Attrarre e valorizzare giovani ricercatrici e ricercatori significa investire sul futuro della Sapienza. Accanto alle politiche di reclutamento e progressione di carriera, l'Ateneo dovrà sviluppare strumenti che favoriscano una reale autonomia scientifica delle nuove generazioni.
Per i giovani studiosi più promettenti, in particolare nell'ambito del reclutamento internazionale e dei programmi di rientro dei talenti, Sapienza dovrà promuovere forme di startup package che possano comprendere spazi di lavoro, accesso alle infrastrutture di ricerca, supporto tecnico e risorse iniziali per l'avvio delle attività scientifiche. L'obiettivo è creare condizioni competitive rispetto ai migliori atenei europei e internazionali e favorire l'insediamento di nuove linee di ricerca ad alto potenziale innovativo.
di ricerca ad alto potenziale innovativo.La competitività internazionale di Sapienza dipende dalla capacità di attrarre, valorizzare e trattenere giovani ricercatrici e ricercatori di talento. Accanto alle politiche di reclutamento e progressione di carriera, l'Ateneo dovrà sviluppare strumenti di sostegno all'autonomia scientifica dei giovani attraverso fondi di avvio, accesso facilitato alle infrastrutture di ricerca, programmi di mentoring e supporto alla progettazione competitiva.
Particolare attenzione dovrà essere dedicata al reclutamento internazionale e ai programmi di rientro di studiosi italiani attivi all'estero, favorendo l'incontro tra eccellenza scientifica, innovazione e interdisciplinarità. Investire sui giovani significa investire sulla capacità futura dell'Ateneo di generare conoscenza, attrarre risorse e contribuire allo sviluppo della società.
Internazionalizzazione e nuovi bacini di attrazione
Una priorità anche nel settore della formazione è la riattivazione dell’area di internazionalizzazione che è stata chiusa durante l’attuale mandato: non una funzione ornamentale, ma un presidio operativo e strategico capace di coordinare attrazione, mobilità, accordi, accoglienza e proiezione globale dell’Ateneo.
L’internazionalizzazione deve essere una linea strategica stabile, non una funzione accessoria. Attrazione di studenti e docenti stranieri, accordi di doppio titolo, visiting professor, mobilità in uscita, progetti internazionali e reti di ricerca dipendono dalla qualità dell’accoglienza, dalla chiarezza delle procedure, dalla disponibilità di informazioni in lingua e dalla capacità di accompagnare le strutture nella gestione amministrativa.
Occorre rafforzare l’area dell’internazionalizzazione, rendendola coerente con il ruolo globale che Sapienza intende esercitare: rendere la ricerca più riconoscibile, stipulare accordi con istituzioni collocate in aree strategiche multi-disciplinari, reclutare docenti internazionali e collegare l’Ateneo ai processi globali di sviluppo scientifico, tecnologico, industriale e sociale.
L’allargamento della platea studentesca deve riguardare anche i bacini geografici internazionali. Se i bacini nazionali saranno più esposti alla crisi demografica, Sapienza deve rafforzare la propria capacità di attrarre studenti, dottorandi, professionisti e docenti da contesti internazionali. Questo implica corsi e servizi più accessibili in lingua, procedure di accesso più semplici, accoglienza amministrativa e abitativa più efficace, accordi di doppio titolo, programmi congiunti e una strategia di comunicazione internazionale all’altezza della reputazione dell’Ateneo.
Internazionalizzare la didattica significa portare nel cuore dei percorsi formativi la dimensione globale delle conoscenze e, al tempo stesso, rendere Sapienza una destinazione naturale per chi cerca formazione avanzata, multidisciplinare e di qualità pubblica. In tale ottica “stare a Roma” è un fattore di attrazione e di competitvità ma da solo non può bastare.
Osservatorio sulla formazione come strumento di visione
Una Sapienza capace di integrazione multidisciplinare deve inoltre dotarsi di un osservatorio internazionale sulla nuova formazione e sulle professionalità emergenti. Non si tratta di inseguire mode o di rispondere a ricette emergenziali, spesso costruite su bisogni immediati ma incapaci di reggere i cambiamenti di lungo periodo. Il compito dell’Ateneo è più ambizioso: anticipare i tempi, leggere le trasformazioni profonde del lavoro e della società, suggerire a istituzioni, imprese e comunità quali siano i nuovi paradigmi del sapere necessari allo sviluppo sociale futuro. In questi osservatori dovrebbero incontrarsi scienze umane e sociali, tecnologie, scienze della vita, diritto, economia, medicina, ingegneria, discipline ambientali e saperi culturali, così da produrre scenari, raccomandazioni, proposte formative e occasioni di dibattito pubblico.
L’osservatorio deve diventare luogo di visione e non semplice tavolo tecnico. Si possono orientare la progettazione di nuovi corsi, aiutare a comprendere quali competenze resteranno robuste nel tempo, evitare la frammentazione in profili professionali troppo stretti e costruire un rapporto più intelligente tra formazione universitaria, cittadinanza, innovazione e lavoro. Sapienza deve essere non solo destinataria delle domande che provengono dall’esterno, ma soggetto capace di formularle, qualificarle e guidarle.
Sedi esterne: Latina e Rieti
Le sedi esterne rappresentano un’opportunità strategica per proiettare l’Ateneo fuori dalle proprie mura, con strutture stabili, che siano avamposti di ricerca e servizio: captare le esigenze sociali locali, fornire al territorio nuovi e fondamentali servizi di formazione e di assistenza, valorizzare le economie locali. Entrambe le sedi di Latina (storica) e Rieti (di recente attivazione) nascono anche con una importante vocazione alla collaborazione con l’assistenza sanitaria, collaborando così ad alcune funzioni sociali di grande rilevanza. La struttura di Latina ha ormai un assetto di governo stabile e partecipato, vedendo la collaborazione di molti ed attivi dipartimenti, ed ha iniziato recentemente una fase di nuovo rilancio, ricca di iniziative multi-disciplinari a stretto contatto con le istituzioni del territorio. A questa sarà dato il massimo supporto per cogliere tutte le opportunità e crearne di nuove, in un territorio in tal senso assai favorevole. Alla sede di Rieti andrà garantito uno sviluppo altrettanto promettente, attraverso interventi dedicati per garantirne e sostenerne la fase di avvio. Entrambe le sedi dovranno essere valorizzate in un’ottica di accrescimento della competitività dell’Ateneo, sostenendo la tessitura strategica di alleanze a collaborazioni con le più importanti realtà istituzionali e private dei loro territori.
La proiezione telematica dell'Ateneo
La proiezione telematica va valorizzata come risorsa strategica, non come trasformazione surrettizia della natura di Sapienza. Sapienza resta una grande università pubblica, generalista, internazionale, fondata sulla presenza, sulla vita dei Dipartimenti, dei laboratori, delle biblioteche, delle aule e della comunità accademica.
La linea telematica ha natura, finalità e pubblico in parte diversi: non deve sostituire né indebolire l’università in presenza, né generare competizione interna tra modelli formativi. Unitelma può essere il braccio attraverso cui Sapienza si confronta con un mercato digitale aggressivo portando però un paradigma diverso, fondato su qualità scientifica, rigore accademico e responsabilità pubblica.
La sfida non è replicare modelli commerciali, ma costruire una telematica universitaria di nuova generazione: ricerca integrata alla didattica qualificata, formazione continua, micro-credenziali, percorsi internazionali, aggiornamento professionale, servizi per lavoratori, pubbliche amministrazioni, imprese e comunità internazionali. Le risorse generate dovrebbero rafforzare l’intero sistema Sapienza: ricerca, giovani, servizi, infrastrutture, internazionalizzazione e innovazione didattica.
L’impegno di mandato
Il manifesto propone una Sapienza che sa decidere meglio perché ascolta meglio, distribuisce le risorse con equità e trasparenza, ma soprattutto genera nuove opportunità, tutelando autonomia, libertà scientifica e funzione pubblica della conoscenza; che valorizza persone, competenze e strutture; che considera amministrazione, sicurezza e infrastrutture condizioni della qualità accademica; che investe sui giovani e guarda al mondo senza perdere la propria identità. Il messaggio conclusivo è operativo: Sapienza può aprire una stagione in cui partecipazione, dati, responsabilità e visione si tengono insieme. Più comunità, più trasparenza, più capacità moltiplicativa delle risorse, più impatto pubblico per un nuovo Umanesimo.
Si può fare! Insieme lo possiamo fare!!!